BASAGLIA IN INDIA? SI PUO’ FARE, MA….
….Ma bisogna tenere presente che l’Italia non è l’India, e che l’India non è l’Italia… sembra una banalità, e magari lo è, ma è facile dimenticare che l’Italia è l’unico paese dell’occidente (e magari anche dell’oriente) senza manicomi. In Italia nessuna rivoluzione ha avuto successo, solo quella che ha fatto chiudere i manicomi, e questo non è un caso (forse perché tutta l’Italia è un manicomio a cielo aperto… basta vedere i nostri politici…).
Tornando al nostro 4° passaggio in India, ed in particolare alla giornata dell’uscita e della trasferta con gli internati e gli operatori del Settlement, non si può dire che sia stato un grande successo. Ma neanche un insuccesso… insomma una via di mezzo, come quasi tutte le esperienze della vita, da cui, se ne siamo capaci, si può tirare fuori qualche utile insegnamento.
Prima di tutto, si deve stare attenti al significato diverso che possono avere le stesse parole per i diversi contraenti. Questo può aiutare ad evitare penosi fraintendimenti (come è bella l’espressione inglese di misunderstanding…), che rischiano di degenerare in conflitti e fallimenti. Quando, ad esempio, si parla di fare una gita lunga, bisogna stare attenti a chiarire che ciò non significa dovere stare 6 ore in autobus, e soprattutto non doverci fare stare i poveri internati del settlement, che vanno in gita una sola volta all’anno, quando noi riusciamo a farli uscire, in barba a regole e protocolli consolidati. Del resto non mi sembra che loro abbiano sofferto troppo del lungo tragitto. Erano troppo occupati a godersi l’uscita.
C’è poi da dire che noi italiani siamo abituati a cambiare (anche troppo) facilmente un programma, quando ci accorgiamo che questo si rivela troppo impegnativo o gravoso. Chi ha a che fare con anglosassoni o tedeschi, sa bene che un qualsiasi programma, anche banale, una volta stabilito, ha una sacralità che lo rende irrinunciabile, e non si può cambiare, se non per gravissimi motivi. La nostra flessibilità è impensabile in India, dove il formalismo ritualistico di una civiltà plurimillenaria si è consolidato nei quasi 200 anni di dominazione e oppressione inglese, in cui i valori principali (dopo i guadagni derivanti dallo sfruttamento della popolazione locale) erano quelli di law and order. E così non ci si poteva aspettare che George, il direttore del settlement, potesse cambiare il programma, una volta stabilito. Tanto più che lo aveva comunicato ai media locali, e non poteva sfigurare.
Inoltre, per George, gita lunga, significa veramente lunga, che vuol dire sei ore, almeno, di autobus.
Ed anche le suore indiane non potevano mediare più di tanto fra due mentalità e culture e linguaggi così distanti. Toccava soprattutto a noi chiarire fino in fondo con George i tempi ed i modi della gita. L’anno prossimo saremo certo più capaci di confrontarci sui programmi.
Se poi, sugli autobus, gli uomini erano rigidamente separati dalle donne, non dobbiamo scandalizzarci, perché per gli indiani funziona così. Il mondo degli uomini e quello delle donne è molto più distante che da noi, tanto più in un manicomio.
Lo stesso vale per i rigidi controlli e la messa in fila indiana degli internati del settlement durante la gita, che ci hanno così infastidito…Per quanto riguarda i modi bruschi, quando non violenti, che abbiamo riscontrato in alcuni operatori indiani, con i pazienti che non stavano in riga, non ci dobbiamo scandalizzare. Come ci siamo detti fra noi in India, anche alcuni operatori nostri si comportano in modo poco professionale, pur avendo maggiore formazione e maggiori opportunità.
Se poi il Direttore è molto nervoso e teso, bisogna capirlo, perché è la prima volta che esce dal manicomio. E poi non sappiamo cosa gli può succedere se capita qualche guaio… Lì i manicomi funzionano come da noi 60 anni fa. Probabilmente è il magistrato che controlla tutto. E non credo che il direttore George abbia voglia di perdere il suo lavoro, o magari rischiare di finire in gattabuia.
Per noi, rischiare nel nostro lavoro è una prassi consolidata (come ci ha insegnato Basaglia), altrimenti non faremmo le pazzie di andare in India o in Cina con i nostri grupponi. Credo che nel mondo siamo gli unici abbastanza (sanamente) folli per fare cose del genere. Non ci possiamo aspettare che anche gli altri siano pronti a correre dei rischi, che per noi sembrano minimi o scontati, ma per loro rappresentano un grande sforzo.
Comunque, malgrado tutte le difficoltà, ho un buon ricordo di quella giornata, e credo che lo abbiano anche i nostri partners indiani, ed anche le suore. Il paesaggio alla diga di Peeche era molto bello, e la vista sul fiume, sulla foresta, sulle colline era stupenda. Ed anche la partita di pallastrada era molto divertente, anche se un po’ breve.Sono sicuro che l’anno prossimo sarà tutto più facile e divertente.
Per concludere, una citazione.
Bhagavat Gita, canto III, v. 33
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